LE BESTIE MASSONICHE E NEOMALTHUSIANE AMMAZZANO CON L’EUGENETICA ANCHE I BIMBI DISABILI NORDCOREANI!

IL FOGLIO, giovedì 6 agosto 2009

Così i militari nordcoreani hanno dato vita all’ultimo Gulag asiatico

Roma. Neonati uccisi perché disabili e donne costrette all’aborto perché portavano in grembo figli “impuri”. Il  regime di Kim Jong-Il è dedito ad un’eugenetica mostruosa, si fonda sulla nozione della superiorità etnica coreana  e la convinzione  che, un giorno, l’intera penisola sarà unificata dal “Caro Leader”, di cui si dice sia nato sul sacro Monte Paektu. Risale al 2003 il primo rapporto sull’infanticidio etnico, scritto dall’attivista David Hawk del gruppo US Committee for Human Rights in North Korea. Médecins Sans Frontières lasciò la Corea del Nord nel 1998 proprio perché si vide negato l’accesso ai campi di concentramento dove venivano rinchiusi i bambini disabili. Adesso arriva la confessione di uno dei quadri più alti dell’esercito nordcoreano, oggi esule a Seul. Pyongyang sperimenta “armi chimiche e biologiche su esseri umani”, con una speciale  “predilezione” per “bambini disabili fisici e mentali”. Im Chun-yong è un ex capitano dell’esercito fuggito con un manipolo di uomini. Ha attraversato a nuoto le acque gelate del fiume Tumen, entrando in Cina ed evitando la cattura da parte di unità speciali che lo inseguivano. Non potevano permettersi che arrivasse a Seul. “Se alla nascita il neonato mostra handicap fisici o mentali – racconta Im Chun-yong – il governo [come quello olandese] pensa che il miglior contributo che puoi dare alla società…è quello di fare da cavia per le armi chimiche e biologiche [per gli Orange, che sia eutanasiato, perché peso morto di rifiuto umano]. L’ex capitano riferisce di aver visto un superiore lottare con altri gerarchi dell’esercito che volevano portargli via  la figlia disabile di dodici anni. Inizialmente l’ufficiale ha resistito, poi ha ceduto. “Ho visto la bambina – racconta Im – che veniva portata via. Non l’ho più rivista”. Uno degli uomini fedeli a Im ha assistito in prima persona agli esperimenti sui bambini disabili, in un complesso militare sulla costa occidentale. Secondo il militare, diverse persone venivano spinte a forza in una camera di vetro. “La stanza veniva riempita con gas velenoso – continua l’ex ufficiale nordcoreano – il soldato osservava i dottori che calcolavano il tempo che occorreva perché le persone morissero”. “Non ci sono disabili nella Corea del Nord”, ha fatto sapere Ri Hwang-chol, medico fuggito da Pyongyang tre anni fa. “I bambini con disabilità  sono uccisi appena nati, negli ospedali o a casa, seppelliti in tutta fretta. La pratica è incoraggiata dallo stato [anche dagli Otrange, bestie], un modo per purificare le masse ed eliminare le persone che possono essere ocnsiderate ‘differenti'”. Bradley martin in “Under the Loving care” e Roland Bleiker con “Dividid Korea” hanno descritto “l’assenza di handicappati a Pyongyang. Tutti i nordcoreani devono essere forti, intelligenti e in salute”. Il 16 gennaio del 2003  l’Herald Tribune pubblicò un reportage di Nicholas Kristof: “Il puzzle spaventoso del Regno dell’Anacoreta non è tanto su dove nasconde le sue armi nucleari, ma dove cela i suoi disabili. La volta in cui mi fu concesso di entrare in Corea del Nord non ho potuto trovare nessuno in carrozzella, sulle stampelle o senza una gamba”. I disabili in Corea del Nord non rientrano nello “Juche”, l’ideologia pseudostalinista, che si nutre di canti, mirabilia, sveglie, adunate, marce e salutismo. “Nessuno fa caso a coloro che vengono uccisi”, racconta Kristof. La risposta ufficiale di Pyongyang vuole che “gli handicappati si sono volontariamente spostati in altre parti della nazione, in villaggi più piccoli dove conducono una vita più semplice”. Un tono simile a quello delle cartoline che i nazisti spedivano alle famiglie dei bambini che finivano nel castello di Hartheim, dove venivano gasati e bruciati. Racconta Park Sun-ja, fuggita anche lei dal regime: “Ho sentito la madre e il piccolo piangere. Poi ho visto un’infermiera soffocarlo con un cuscino. Il bambino smise di piangere dieci minuti più tardi”. Willi Fautre, direttore di Human Rights Without Frontiers, dice che “centinaia di bambini vengono uccisi ogni anno dal regime”. Per le donne incinte la procedura è sempre la stessa: “Se danno alla luce un bimbo vivo, la politica generale è di lasciar morire il bambino o di farlo con una busta di plastica”. Un metodo collaudato dai kmer rossi di Pol Pot: il sacchetto di plastica serviva a risparmiare munizioni. Lee Soon Ok, ospite dellaprigione di Kaechon, ha visto medici e guardie uccidere i nuovi nati: ” Sono stata in prigione dal 1987 al 1993 e le guardie costringevano le donne ad abortire. Era un inferno disumano. Una donna e il marito disabile sono stati uccisi insieme e seppelliti in una foresta vicino alla prigione”. La purezza razziale è incentivata anche dalla messa al bando delle relazioni fra nordcoreani e la piccola comunità cinese. Donne rifugiatesi a Seul hanno raccontato che  “i bambini dei traditori” vengono lasciati morire in cesti di vimini coperti con fogli di plastica. Le madri sono  costrette a guardare. Giulio Meotti

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